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Nessun privilegio in sede fallimentare del compenso dell’amministratore di società

Nessun privilegio in sede fallimentare del compenso dell’amministratore di società: quando può servire un avvocato che si occupi di diritto fallimentare a Roma o Milano.

Il privilegio dei lavoratori in sede fallimentare

La regola vuole che il lavoratore abbia diritto ad essere soddisfatto con preferenza sul ricavato di un fallimento del datore di lavoro.

Questo secondo l’art. 2751 del codice civile.

Si ricorda che i lavoratori che non trovino soddisfazione nel fallimento, hanno diritto di ricevere dal Fondo INPS il TFR e le ultime retribuzioni maturate nel rapporto di lavoro.

A tale privilegio se ne affiancano di simili per altre categorie di creditori, come ad esempio per i crediti dei professionisti.

Il caso dell’Amministratore o Liquidatore Lavoratore

Ma cosa succede nell’ipotesi in cui l’amministratore della società non ha ricevuto i suoi compensi per il lavoro svolto per conto dell’impresa.

E’ tema delicato, perchè spesso l’amministratore è un lavoratore subordinato.

Diverse pronunce hanno affrontato il tema e tra queste il Tribunale di Monza 06/2/2008 e Tribunale di Milano, 30/5/2007, n. 6736.

Il contratto che lega il liquidatore (o l’amministratore) alla società non è assimilabile al contratto d’opera di cui agli art. 2222 c.c. e ss.

Questo contratto costituisce un vero e proprio contratto a sé stante, differenziato dal contratto d’opera professionale:

  1. sia dall’assenza dell’elemento della sopportazione del rischio per il mancato raggiungimento del rischio
  2. sia dal fatto che l’opus “lato sensu” (e cioè l’amministrazione) che l’amministratore o il liquidatore si impegna a fornire non è – a differenza di quello del prestatore d’opera – determinata dai contraenti preventivamente, né è determinabile aprioristicamente, identificandosi con la stessa attività d’impresa.

Perchè l’amministratore non gode del privilegio

Secondo ormai costante giurisprudenza il credito dell’amministratore di società non gode di privilegio concesso dalla legge ai prestatori d’opera intellettuale.

Il questo senso tra le tante Cass. 23/07/2004, n. 13805 secondo cui:

Il credito del compenso in favore dell’amministratore o liquidatore di società non è assistito dal privilegio generale di cui all’art. 2751 bis, n. 2, c.c., atteso che l’amministratore o liquidatore non fornisce una prestazione d’opera intellettuale, nè (e ciò rileva a seguito della sentenza n. 1 del 1998 della Corte cost., che ha dichiarato costituzionalmente illegittimo il riferimento della norma citata ai soli prestatori d’opera intellettuale) il contratto tipico che lo lega alla società è assimilabile al contratto d’opera di cui agli art. 2222 ss. c.c.:

di quest’ultimo, infatti, non presenta gli elementi del perseguimento di un risultato con la conseguente sopportazione del rischio, e l’opus (e cioè l’amministrazione) che l’amministratore o il liquidatore si impegna a fornire non è – a differenza di quello del prestatore d’opera – determinato dai contraenti preventivamente, nè è determinabile aprioristicamente, identificandosi con la stessa attività d’impresa“.

Di conseguenza, il credito del liquidatore non è assimilabile al credito da prestazione d’opera professionale e non può avvalersi del privilegio ex art. 2751 bis n. 2 c.c.

In conclusione

Il credito dell’istante deriva da prestazione di amministratore di società non conciliabile con il vincolo della subordinazione che caratterizza il lavoratore dipendente, altresì la norma tutela lo svolgimento di prestazioni riconducibili nella previsione di cui all’art. 2222 c.c. mentre l’attività dell’amministratore non è qualificabile come prestazione d’opera avendo i caratteri della medesima attività societaria, atteso che l’amministratore si identifica organicamente con essa (così Tribunale di Firenze 2/5/2001).

Questo significa che in caso di domanda di ammissione al passivo da parte dell’ex amministratore, la stessa debba essere ammessa al passivo come credito chirografo e non privilegiato.

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