L’impugnabilità delle rinunce dei lavoratori

È, oramai, un fatto notorio che le rinunzie e transazioni dei lavoratori non siano valide a meno che non siano state stipulate in una sede cosiddetta “protetta”.

Si tratta, come espressamente stabilito dall’art. 2113 comma 4 c.c., di quelle rinunce o transazioni che siano state stipulate in sede giudiziale, in sede amministrativa, in sede sindacale, davanti al collegio di conciliazione e arbitrato o presso le sedi di certificazione. Ne abbiamo già parlato qui.

Ma quidi iuris per le rinunce e transazioni sottoscritte dal prestatore di lavoro in sede sindacale?

Nessun problema se esse sono state stipulate nel rispetto delle procedure e nelle sedi previste dalla contrattazione collettiva (come specificato dall’art. 412-ter c.p.c.), e quindi presso la sede sindacale e con l’assistenza effettiva da parte dell’organizzazione dei lavoratori firmataria del CCNL di categoria.

La questione si pone, tuttavia, quando il lavoratore rinuncia o transige ad un proprio diritto senza che tale possibilità sia stata contemplata dal proprio contratto collettivo di riferimento.

Proprio così, in questi casi il lavoratore potrebbe non essere ben consapevole a quale diritto rinuncia o alla transazione che porta a termine.

Questo potrebbe essere il caso del lavoratore irregolare che non era consapevole di star rinunciando ad una voce come la quattordicesima, l’indennità di cassa, o altro diritti specificamente previsto dal contratto collettivo.

La giurisprudenza di legittimità ha adottato una posizione più flessibile e quindi meno restrittiva, consentendo, difatti, la possibilità al lavoratore di rinunciare o di transigere “a condizione che dall’atto si evincano le questioni controverse oggetto della lite e le reciproche concessioni in cui si risolve il contratto transattivo”.

Quindi, l’assistenza effettiva del rappresentante sindacale comporta la non impugnabilità delle rinunce del lavoratore firmate in sede sindacale.

Nonostante tale orientamento dei giudici di legittimità, il Tribunale di Roma, con la pronuncia4354/2019, si è discostato affermando quanto segue: “in mancanza di una norma collettiva in tal senso la conciliazione è impugnabile” nel termine di sei mesi, ciò in quanto “l’assenza di una specifica disciplina collettiva non garantisce una piena tutela del lavoratore anche alla luce dei diritti che lo stesso transige o rinunzia”.

Alla luce di quanto sopra riportato, in attesa di conoscere i successivi sviluppi giurisprudenziali, vista la controversa e delicata questione non resta, per i lavoratori di Roma, che attenersi utilizzare la conciliazione sindacale solo laddove questa sia specificamente regolamentata dal CCNL, e negli altri casi, utilizzare altre forme di conciliazione.

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