Le cause in materia di trasmissione della cittadinanza iure sanguinis

 

Sei discendente in linea retta di un cittadino italiano?

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I sig.ri Rossi si sono rivolti al Tribunale di Roma, chiamando in causa il Ministero dell’Interno per ottenere il riconoscimento della cittadinanza italiana iure sanguinis in quanto discendenti diretti di un cittadino italiano emigrato all’estero senza mai ivi naturalizzarsi né rinunciare alla cittadinanza italiana.

Il cittadino italiano emigrato era nato nel 18 54 e quindi diventato cittadino italiano nel 1861 al momento dell’unità di Italia.

Con le leggi n. 23 del 1901 e n. 217 del 1906 sono intervenute modifiche delle norme sulla concessione della cittadinanza italiana. Coloro che erano nati nell’allora Regno di Sardegna, dunque prima dell’unificazione d’Italia, furono considerati cittadini italiani, anche se emigrati, se, al momento in cui lo Stato preunitario di provenienza era entrato a far parte del Regno d’Italia, fossero ancora vivi e non avessero acquisito la cittadinanza straniera.

Nel caso del sig. Rossi, essendo questo nato prima della formazione del Regno d’Italia ed emigrato all’estero, questo non ha mai chiesto la naturalizzazione, con la conseguenza che ha acquisito con l’unità d’Italia la cittadinanza italiana.

Si verte, dunque, in materia di status sorti per effetto dei cessati Stati anteriori all’unificazione del Regno d’Italia; ed è noto che, secondo i principi generali del diritto internazionale, lo Stato successore può recepire nel proprio ordinamento gli atti dello Stato cui succede, quando siano conformi al suo ordinamento giuridico.

Da quanto sopra illustrato discende che il sig. Rossi ha trasmesso la cittadinanza ai suoi figli e questi a loro volta l’hanno trasmessa ai nipoti.

Ciò vale sia per gli uomini che per le donne, dal momento che per effetto della sentenza della Corte Costituzionale n. 30 del 1983, è stata dichiarata la illegittimità costituzionale dell’art. 1 comma 1 della legge n. 555 del 1912 sulla cittadinanza italiana che ha riprodotto la disciplina previgente del codice civile del 1865 , nella parte in cui non prevede che sia cittadino per nascita anche il figlio da madre cittadina e ciò anche in considerazione della sentenza della Corte Costituzionale n. 87 del 1975 che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 10 comma 3 della cit. legge n. 555 del 1912 nella parte in cui prevedeva la perdita della cittadinanza italiana indipendentemente dalla volontà della donna che contraeva matrimonio con un cittadino straniero la cui cittadinanza le si comunicava a segui to del matrimonio. La Consulta ha ritenuto che la norma violava palesemente anche l’art. 29 della Costituzione in quanto comminava una gravissima disuguaglianza morale, giuridica e politica dei coniugi e poneva la donna in uno stato di evidente inferiorità, privandola automaticamente, per il solo fatto del matrimonio, dei diritti del cittadino italiano.

In argomento mette conto evidenziare quanto statuito dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (n. 4466/2009), secondo cui “per effetto delle sentenze della Corte costituzionale n. 87 del 1975 e 30 Sentenza n. 5623/2020 pubbl. il 01/04/2020 RG n. 55538/2017

del 1983, la cittadinanza italiana deve essere riconosciuta in sede giudiziaria alla donna che l’abbia perduta ex art. 10 della legge n. 555 del 1912, per aver contratto matrimonio con cittadino straniero anteriormente al 1° gennaio 1948, indipendentemente dalla dichiarazione resa ai sensi dell’art. 219 della legge n. 151 del 1975, in quanto l’illegittima privazione dovuta alla norma dichiarata incostituzionale non si esaurisce con la perdita non volontaria dovuta al sorgere del vincolo coniugale, ma continua a produrre effetti anche dopo l’entrata in vigore della Costituzione, in violazione del principio fondamentale della parità tra i sessi e dell’uguaglianza giuridica e morale tra i coniugi, contenuti negli artt. 3 e 29 Cost. Ne consegue che la limitazione temporale dell’efficacia della dichiarazione d’incostituzionalità al 1° gennaio 1948 non impedisce il riconoscimento dello <status> di cittadino, che ha natura permanente ed imprescrittibile ed è giustiziabile in ogni tempo, salva l’estinzione per effetto della rinuncia del richiedente. In applicazione di tale principio, riacquista la cittadinanza italiana dal 1° gennaio 1948 anche il figlio di donna nella situazione descritta, nato prima di tale data e nel vigore della legge n. 555 del 1912, e tale diritto si trasmette ai suoi figli, determinando il rapporto di filiazione, dopo l’entrata in vigore della Costituzione, la trasmissione dello <status> di cittadino che gli sarebbe spettato di diritto in assenza della legge discriminatoria”.

Il Tribunale di Roma con la sentenza Sentenza n. 5623/2020 pubblicata il 01/04/2020 ha pertanto accolto la domanda di cittadinanza italiana dei signori eredi di un italiano nato prima del 1861.

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