La mala gestio dell’intermediario nel contratto di gestione di portafogli

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L’intermediario ha un obbligo di diligenza nella prestazione del servizio di gestione individuale di portafogli (art. 1, comma 5-quinquies, del TUF).
Il servizio di gestione individuale di portafogli si caratterizzata:

  1. Per il fatto che l’intermediario con una certa discrezionalità nella determinazione delle operazioni di investimento da compiere per conto del cliente non possa, evidentemente, mai disattendere il limite rappresentato dai criteri che sono predeterminati nelle linee della gestione;
  2. per il fatto che il cliente non è in una posizione meramente passiva, di soggezione cioè alle scelte compiute dall’intermediario che pur si muovono nell’ambito della detta cornice, ma può concorrere a indirizzarne costruttivamente gli esiti.

L’ABF – Arbitro Bancario Finanziario ha affermato che non fosse ravvisabile la lamentata incompatibilità tra il profilo di rischio dello strumento finanziario inserito in portafoglio (nella fattispecie Certificates) e le caratteristiche della linea di gestione prescelta dal ricorrente con la sottoscrizione del contratto; ciò, tenuto conto anche che quest’ultimo aveva ricevuto regolarmente i rendiconti di gestione, così da essere stato reso edotto delle implicazioni che potevano derivare dai risultati complessivi della gestione per effetto della presenza in portafoglio di tali prodotti ed essere, pertanto, in condizione di esercitare i richiamati poteri di indirizzo e di istruzione chiedendo eventualmente la dismissione dei Certificates.


L’ABF – Arbitro Bancario Finanziario ha affermato che nel valutare l’esistenza di una “mala gestio” nella gesitione del portafogli debba essere esclusa la possibilità di muovere all’intermediario un addebito di negligenza, rilevando, tra l’altro, che “in ogni obbligazione a contenuto gestorio è attribuita al debitore, obbligato alla prestazione, un certo margine di discrezionalità nella scelta di come darvi esecuzione, e che poi nell’ambito delle gestioni di portafogli quella discrezionalità risulta particolarmente ampia, non potendosi mai sindacare il merito della scelta in concreto compiuta, e valutata come quella più funzionale a realizzare gli obiettivi di valorizzazione del patrimonio gestito, ma solo le modalità con cui quelle decisioni sono state assunte”. In altri termini, a giudizio del Collegio “nell’ambito del servizio di gestione patrimoniale, il deficit di diligenza non potrà mai essere prospettato sol perché gli investimenti non hanno dato al cliente l’esito da questi auspicato – perché ciò rientra nell’alea tipica di ogni investimento – bensì solo quando quelle scelte, produttive di perdite, non sono state oggetto di una particolare ponderazione da parte dell’intermediario, ovvero non sono state inquadrate e inserite in un ordinato processo interno di valutazione, anche di tipo istruttorio” (Decisione 401).

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